“Way Out”: Don Jio e la ricerca di una via d’uscita tra musica e identità

Con “Way Out”, Don Jio presenta un album intimo e profondamente personale, nato nell’arco di oltre dieci anni e completato durante il lockdown. Tredici brani che raccontano il bisogno di trovare una via d’uscita da contesti, relazioni e aspettative che non rispecchiano più chi siamo.

Tra sensibilità acustica, scrittura consapevole e una produzione interamente autonoma, “Way Out” è un disco che parla di libertà, identità e appartenenza, ispirato dagli incontri e dalle contaminazioni vissute tra Venezia, Bologna e Berlino. Un lavoro sincero, pensato come spazio di riconoscimento per chi sente il desiderio di essere, semplicemente, se stesso.

Ciao Don Gio, benvenuto su Odalis News. Prima di approfondire il tuo album, ti va di raccontarci qualcosa di te e del tuo percorso, che dai Piccoli Cantori Veneziani ti ha portato a Bologna e infine alla libertà creativa di Berlino?
Come già sapete, sono sempre stato appassionato del canto e della musica. Già da bimbo facevo parte di un coro, suonavo il pianoforte classico, compravo e cantavo con passione gli spartiti dei miei cantanti preferiti: era il mio hobby quotidiano. In particolare ricordo tante ore passate sugli spartiti di Vasco Rossi, di Madonna e dei Cranberries.
C’è stato anche il dubbio di iscrivermi al Conservatorio invece che al liceo scientifico. In qualche modo però la mia famiglia cercava di indirizzarmi verso un lavoro, tra virgolette, più serio. E un po’ questa tendenza me la sono portata fino alla fine della laurea in Economia Politica.
In ogni caso, quando stavo a Venezia passavo già la maggior parte del mio tempo con la mia ragazza, studiavo, facevo sport, e suonavo il pianoforte, ma non avevo troppi pensieri musicali: lo tenevo come un hobby. Ero già impegnato con le mie storie d’amore, cosa che succede tuttora.
Poi, arrivato a Bologna, ho cominciato a respirare la libertà, la diversità rispetto a un contesto come Venezia, in cui mi sentivo un po’ diverso, senza sapere perché, soprattutto a scuola. Ero un artista in realtà. A Bologna facevo quello che volevo, senza essere a casa con i genitori seri, conoscevo gente che arrivava da tutta Italia. Subito mi sono iscritto al coro universitario e ho cominciato a girare l’Europa cantando con orchestre di studenti che provenivano da tutto il mondo.
Alla fine dell’università il desiderio era troppo forte: volevo dedicarmi alla musica. Finalmente avevo fatto contenti i miei genitori, che comunque mi avevano mantenuto fuori casa. Quindi studiare era come un lavoro per pagare la mia libertà e fare tutti contenti.
Così mi sono iscritto al diploma professionale di canto della Music Academy di Bologna.
Da lì ho conosciuto la maestra di canto Francesca Brancone e, un po’ attraverso di lei, ho cominciato a innamorarmi di questo mondo dei cantanti jazz, blues. Ho studiato l’armonia, ho cominciato a comporre le canzoni più consapevolmente.
Allo stesso tempo ho cominciato a conoscere DJ e produttori musicali della scena musicale veneta, per cui mi sono messo presto a scrivere canzoni per altri cantanti di musica dance, per poi arrivare a scrivere quelle che avrei cantato io.
Vivendo poi in Veneto, per alcuni anni, passavo le nottate in studio di registrazione, in studio di produzione, con il mio collega del tempo, Dariush, con cui abbiamo fatto un sacco di musica. Ho imparato copiandolo il sound engineering, ho imparato a produrre tutto con il computer. Trasportavo dal pianoforte le mie idee e la mia creatività al computer, e le trasformavo in canzone.
A un certo punto, sempre per amore, mi sono trasferito a Berlino e da lì è stata l’apertura totale di tutte le possibilità. Di sicuro è stato “inspirational”.
È curioso che in un mondo come Berlino, dove quello che conoscevo io al tempo era più che altro musica dance, elettronica e techno, e la scena che frequentavo era quella, in realtà mi è venuta la voglia di tornare alla dimensione acustica. E da lì ho cominciato a scrivere le canzoni del mio progetto solista.
Non ho mai smesso di scrivere canzoni, però arrivando a Berlino, dove regnava l’elettronica, ho smesso con l’elettronica: ironia della sorte.
In ogni caso, ogni volta che esci di casa a Berlino senti qualcosa di diverso: idee, influenze, ispirazioni, camminando per la strada. Persone di tutti i colori, vestite pero’ senza colori, se posso permettermi la battuta; comunque gente stravagante rispetto a quella che conoscevo in Italia, dove regnano la moda e il buon gusto.
Essendo a contatto con punti di vista estetici diversi, oltre che musicali, la creatività aumenta. Sono le persone che ho conosciuto a Berlino che hanno ispirato anche tutti i miei testi: questi scontri culturali, queste sorprese, queste storie d’amore non convenzionali, che sono un po’ i temi che tratto e le storie che racconto.

L’album raccoglie 13 brani scritti nell’arco di oltre dieci anni. Ci racconti come e quando è nato questo lavoro? È corretto dire che la spinta decisiva per concretizzarlo sia arrivata proprio durante il lockdown?
La prima canzone che ho scritto, nella consapevolezza di essere un artista solista, è tuttora nell’album: è Truth. Il testo l’ho scritto anni dopo.
C’è stato un momento della mia vita in cui, pur facendo parte della band Lunatiq Phase, ho sentito l’esigenza di provare a fare totalmente tutto da solo. Era già successo con alcuni pezzi in cui Dariush mi aveva semplicemente fatto il master, perché mancava poco o nulla a quello che avevo proposto; mentre all’inizio io magari mettevo le voci, i violini e Dariush metteva le groove. Ogni canzone era un incrocio differente dei nostri interventi.
C’è stato un punto in cui, per avere totalmente quello che volevo dentro la canzone, ho provato a fare tutto in autonomia. E la soddisfazione di avere la canzone completamente fatta a modo mio — cosa che oggigiorno mi sembra scontata — all’epoca mi sembrava un gran traguardo. Forse capita a tanti musicisti che si staccano dalla band; anche se magari di solito collaborano con dei musicisti, io invece faccio veramente tutto da solo. Mi metto nella testa di un violinista immaginario, come di un bassista, eccetera.
Truth è quindi stata la prima canzone che ho scritto da solo e da lì ne sono seguite tante. Adesso nell’album ne sentite 13, ma ce ne saranno altre 20 semi pronte, lasciate da parte: non perché non avranno mai un senso, le riprenderò, ma perché c’è un sacco di lavoro quando vuoi finalizzare una canzone.
Devi rifinire i dettagli dei mix: non è come una canzone dance in cui ci sono quattro suoni. Nelle mie canzoni ci sono mille dettagli, equilibri, intrecci, che come un artigiano devi curare e perfezionare. E poi ci sono i testi, le voci, i cori: devi ripulire, cantarli in studio di registrazione, tagliare..
Insomma, a un certo punto, durante il lockdown, ho deciso: era un momento in cui si aveva un sacco di tempo, eravamo chiusi a casa. È stato un momento di pura concentrazione, per me. Si era fermato il mondo. E quindi ho finito in dettaglio le canzoni che sentite nell’album.
Ho curato i testi, le parole più appropriate; mentre con i Lunatiq Phase cantavo quello che mi veniva. Certe volte finivo di scrivere il testo di una canzone mentre guidavo la macchina andando in studio di registrazione. Già cantavo in inglese e non lo padroneggiavo come oggi, quindi la consapevolezza, a quei tempi, della lingua era molto ridotta rispetto ad adesso, in cui scelgo come dire le cose.
Quindi sì: durante il lockdown ho deciso di terminare questo progetto.

Il filo conduttore del disco è il concetto di via d’uscita. Quali sensazioni speri di regalare a chi lo ascolta? Ti auguri che chi si sente diverso o poco valorizzato possa trovare in queste canzoni il coraggio di cercare la propria libertà?
Totalmente sì. Libertà: libertà di espressione, libertà di innamorarsi, libertà di disinnamorarsi, libertà di essere se stessi.
Può essere una via d’uscita fisica, nel senso di scappare da una città che non ti dà le possibilità di essere felice. Magari sei creativo e ci sono pochi creativi in giro: è anche bello stare insieme ai propri simili. Ogni tanto la via d’uscita è necessaria perché, secondo me, è bello non sentirsi sbagliati, non sentirsi inadeguati. Sentirsi parte di una comunità che ti rappresenta.
Quindi un gay vorrà vivere in una città in cui ci sono tanti gay, in cui non è visto come un difetto, in cui può parlare con persone che hanno le stesse prospettive. Un amante della musica elettronica vorrà stare in una città in cui ci sono tanti locali per andare a ballare musica elettronica, perché quando sei in pista, tutte quelle persone hanno qualcosa in comune: provano un estremo piacere nello stare in questo gruppo di ballatori, che si lasciano alle spalle tutti i loro problemi e semplicemente si godono questa dimensione, che però è condivisa da persone che hanno qualcosa in comune con loro.
Quindi via d’uscita da una situazione o un posto in cui senti di non appartenere: credo sia importante capirne il valore, e cercare la propria Way Out se necessaria.

Tu hai vissuto l’esperienza in una band, Lunatiq Phase, e oggi sei un solista indipendente che cura tutto, dai suoni al montaggio video. Cosa ne pensi dell’attuale scena indipendente italiana e di questa necessità per l’artista di essere sempre più multitasking?
Sono contento di aver imparato un sacco di cose e di avere sempre qualcosa di diverso da fare: è difficile annoiarmi. Anche perché, e dico una banalità, scrivere canzoni all’infinito può stancare anche quello, perché a un certo punto uno ha l’impressione di lavorare in una fabbrica di canzoni. Quindi saltare dall’audio al video, alla grafica, occuparsi di varie cose, rende anche l’impresa più piacevole e interessante.
Il fatto che sia una necessità… non è una cosa positiva: sarebbe anche bello potermi dedicare di più al canto e passare le mie giornate cantando, come magari grandi cantanti fanno, o anche cantanti di strada con la loro chitarra in mano. Invece, se devi fare un sacco di cose, il tempo per fare il cantante si riduce. In realtà tutto parte perché vogliamo cantare, quindi può essere frustrante passare la giornata al computer.
Diventa interessante il processo creativo del video: anche lì devi girare le scene, devi pensare come farle, devi tagliare, montare… sono dei lavoroni pazzeschi. Se uno avesse veramente un team compatibile con le proprie aspettative e i propri gusti, sarebbe un sogno. Sarebbe fantastico avere qualcuno che fa le cose per me, secondo le mie indicazioni, o comunque che le facesse secondo i miei gusti e che mi desse lui indicazioni su come farle.
Io mi sono trovato a collaborare con tante persone e a non essere soddisfatto del loro lavoro, magari lo avevano fatto in velocità, senza la cura che ci metto io. Ho fatto fare i master a una persona che era pure raccomandata e, quando mi sono arrivati i master, pagati profumatamente, ho scoperto che potevo farmi i master da solo con l’intelligenza artificiale. E le canzoni masterizzate da me erano migliori, suonavano meglio con un software che pagavo 90 euro all’anno in totale. E quindi potevi fare mille variazioni, rifare tutto da solo.
Quindi acquisendo le capacità con dei tools — fai un corso di sound engineering o usi l’intelligenza artificiale o chissà cos’altro — l’autonomia dà spazio alla creatività, di sicuro. Altrimenti serve veramente un grande budget.
In realtà, dopo aver fatto i master con l’intelligenza artificiale, sono passato a un altro tecnico del suono che ha fatto i master in analogico, perché non ero neanche soddisfatto dell’intelligenza artificiale. Quindi comunque è la storia infinita.
Quello che faccio un po’ a fatica, anche se mi vedete molto attivo, sono i social. Quella è una cosa pesante, per quanto mi riguarda, perché non trovo riscontro, non trovo soddisfazione. Ci vuole un sacco di lavoro anche per fare quei formati di video verticali, corti, gli hashtag, tutte queste menate che l’algoritmo richiede; poi a volte funzionano, a volte no. Quindi questo lo trovo molto frustrante. Li faccio poco volentieri.
Per quanto riguarda la parte creativa — videografica, foto, musica, remix — no: sono contento di saper fare tutto da solo e credo che sia un lavoro che ti ripaga, perché comunque sarai su YouTube con un tuo bel video, per l’eternità.

Grazie per essere stato con noi. Per concludere ti chiediamo quali sono i tuoi progetti futuri. Sappiamo che desideri tornare a esibirti dal vivo con una band. C’è già qualche data in programma?
È assolutamente il desiderio per il 2026. Volevo aver pubblicato tutto e mi sto ancora dedicando ai social per la promozione, e sto organizzando alcuni remix.
Una novita’: vorrei presentare un brano in italiano fra pochissimo, visto che ultimamente sto avendo molto a che fare con l’Italia, quindi mi piacerebbe provarci. Mi sto concentrando su questo brano “esperimento”, che canto sia in italiano che in spagnolo, perché ho un grande legame con la Spagna e il Sud America: ci ho anche vissuto e passato molto tempo. Quindi questo è il progetto imminente, spero in primavera.
Fatto questo mi dedicherò appieno alla costruzione di una band. Devo ancora capire se a Berlino o in Italia o in entrambi i posti: comunque mi vedrete cantare. Non vedo l’ora, ci sono quasi. Non riesco a fare tutto insieme velocemente, perché faccio anche altro oltre alla musica. Però sì: è quello il mio obiettivo.