Con “Ciò che resta di me”, i Them danno forma a un disco intenso e viscerale, nato da una profonda tensione emotiva. Otto brani che attraversano dolore, rimpianto e resistenza, trasformando la fragilità individuale in un’esperienza condivisa. Tra testi introspettivi e sonorità taglienti ma avvolgenti, l’album si muove tra silenzio e urlo, senza filtri né compromessi.
In questa intervista per Odalis News, la band racconta il bisogno di esprimersi con autenticità, il valore del grido collettivo e la musica come spazio sicuro dove mostrarsi per ciò che si è.
Nei vostri brani la fragilità convive con un’urgenza quasi fisica: come nasce questo dualismo?
Più che di dualismo parlerei di convivenza naturale: cerchiamo di far convivere l’impatto musicale e delle ‘grida’ con quello testuale senza però dover sacrificare le fragilità delle parole.
Quando scrivete, pensate più a un’esigenza personale o a un’identificazione collettiva?
Scriviamo e suoniamo quello che sentiamo sia musicalmente che testualmente in base all’idea che abbiamo di musica. Se l’ascoltatore si ritrova nei pezzi e si sente confortato in momenti no o spronato quando serve allora vuol dire che è arrivato qualcosa.
Cosa significa per voi trasformare il dolore individuale in un “grido collettivo”?
Probabilmente, come scritto sopra, se l’ascoltatore si ritrova in quello che facciamo è una gran cosa. Abbiamo tutti trascorsi diversi, ma punti comuni e momenti di sofferenza si trovano un po’ in tutte le vite. In alcune di più, in altre di meno, ma non diamo colpe o meriti alla sofferenza, semplicemente sono tessere dello stesso puzzle.
Vi sentite parte di una generazione che fatica a trovare parole per il disagio?
Vista la floridità del panorama post-hc/screamo e affini direi che non c’è difficoltà a buttar fuori il disagio, quello che manca, almeno per noi per via della posizione geografica e difficoltà legate a costi e tempi degli spostamenti, sono più che altro le occasioni dove poterlo portare live.
La musica può davvero diventare uno spazio sicuro per esporsi senza filtri?
Decisamente. Mettere maschere o costruirsi personaggi non fa per noi. Non serve a nessuno e prima o poi quello che si è veramente esce fuori.
Quello che siamo è quello che vedete e ci va bene così, nel bene o nel male
