Intervista a Gemini: amore, immagini e visioni in “Universi”


In questa intervista Gemini racconta il nuovo album “Universi”, un lavoro discografico che raccoglie e rielabora l’intero suo percorso artistico. Un disco nato dall’esigenza di dare forma a esperienze, collaborazioni e ricerca personale, restituendo una visione matura e consapevole della sua scrittura.
“Universi” attraversa l’amore in tutte le sue sfumature: improvviso, fragile, travolgente, fatto di slanci e sospensioni. Ogni brano è una prospettiva diversa sullo stesso sentimento, un frammento emotivo che si muove tra realtà e immaginazione, lasciando spazio all’ascolto e all’identificazione. Un racconto essenziale e sincero, che non impone risposte ma invita a riconoscersi nelle immagini, nelle parole e nelle atmosfere del disco.

La metafora del cielo ritorna in molte tracce. Cosa rappresenta per te lo spazio come immaginario?
Lo spazio è la distanza che a volte abbiamo dentro, anche quando siamo vicini. Ma è anche possibilità: l’idea che esistano altri “universi” dentro di noi, altre versioni di noi che possono rinascere. Il cielo per me è una domanda aperta: ci guardi su quando non trovi le parole. È l’infinito che ti fa sentire piccolo… e allo stesso tempo ti fa sentire parte di qualcosa.

Se dovessi descrivere “A mio agio con te” come un fotogramma di un film, come sarebbe?
Un grande salone vuoto, con il soffitto altissimo e la luce che entra dalle finestre come polvere sospesa. Al centro c’è una ballerina di danza classica che si muove lentamente, senza pubblico, senza applausi. Ogni passo è preciso ma fragile, come se stesse imparando a fidarsi dello spazio intorno a sé. “A mio agio con te” è questo: sentirsi liberi di muoversi senza paura di cadere, sapere che anche nel silenzio qualcuno ti tiene in equilibrio.
 
In “Dai dai dai” c’è un mare emotivo che alterna quiete e tempesta: qual è la “onda” che ti ha travolto di più in questi anni?
L’onda più forte è stata la velocità: aspettative, cambiamenti, pressioni, il dover essere “sempre” qualcosa. A un certo punto ti accorgi che stai correndo anche quando sei fermo. “Dai dai dai” nasce da lì: dal tentativo di non affogare nei pensieri e di restare in piedi, anche con l’acqua alla gola.

Quale colore associ all’album e perché?
Un blu notturno, quasi viola. È il colore di quando ti senti in viaggio, ma non sai ancora dove arrivi. È un colore che contiene malinconia e speranza insieme: non è buio totale, è quel momento prima dell’alba in cui ancora non vedi il sole, però lo senti.

C’è un’immagine che continua a tornare mentre canti questi brani dal vivo?
Sì: volti che si illuminano in mezzo al buio. Mi torna l’idea che certe canzoni non sono più “mie” quando le canto davanti a qualcuno: diventano un posto comune, una stanza. E ogni volta mi colpisce vedere che le fragilità — quando le condividi — smettono di fare paura.