C’è un filo invisibile che unisce tutte le forme
espressive di Delio Lambiase: una tensione costante verso la verità interiore,
verso quella zona fragile e luminosa in cui l’esperienza personale diventa
racconto condivisibile. Dopo aver esordito nella scrittura con il romanzo Il
grande salto, Lambiase prosegue oggi il suo cammino artistico attraverso la
musica, un linguaggio che gli permette di trasformare riflessioni intime e
domande esistenziali in melodia e parola.
“Je Nu’ Trovo Pace”, il suo nuovo singolo, è il
tassello più recente di questa ricerca. Un brano che nasce da un’urgenza
autentica: osservare il mondo, sondare il proprio vissuto e restituire tutto in
forma musicale, senza artifici né sovrastrutture. Per Lambiase, scrivere non è
mai un esercizio di stile: è un atto di sincerità. E così, anche nella musica,
emerge lo stesso spirito che attraversava il romanzo—la necessità di
condividere un percorso, di dare forma a una domanda più grande di sé.
Tra spiritualità, introspezione e una parola che
non pretende di salvare ma di raccontare con onestà, Lambiase si muove come
narratore e testimone insieme, consapevole dei propri limiti ma fedele alla sua
visione. E mentre “Je Nu’ Trovo Pace” apre un nuovo capitolo, l’artista guarda
avanti con la volontà di esplorare nuove sonorità, nuovi incontri, nuove
possibili collaborazioni che possano arricchire la sua ricerca musicale.
Di questo e molto altro Delio Lambiase ci ha
parlato nella nostra intervista.
Il tuo percorso parte da un romanzo, “Il grande salto”. C’è un filo rosso tra la scrittura letteraria e quella musicale?
Sicuramente la ricerca spirituale, l’indagine sul mio percorso esistenziale lega il romanzo all’esperienza successiva in corso, fatto di musica. Anche la musica, come il romanzo, nasce da una semplice esigenza di condividere un percorso, una riflessione sulla ricerca del Senso di questa esistenza, con tutte i tormenti, l’amarezza, la bellezza, la pace che ne possono conseguire.
In entrambi i casi sembri cercare la verità dell’uomo. Ti senti un narratore o un testimone?
Da
un lato sono un narratore la cui opera prende le mosse dalla mia esperienza
interiore e dalla mia riflessione su questo mondo e la sua umanità, dall’altro
lato mi sforzo di essere un testimone che ha sete di verità, ma con tutti i limiti
e le contraddizioni che mi abitano.
Quando
scrivi testi, parti prima da un’idea o da un suono?
Dipende,
per lo più accade che un suono, un giro improvvisato di accordi o un fraseggio
musicale diano inizio al processo creativo e suggeriscano una frase da cui
parto per elaborare quanto è arrivato, altre volte, più raramente, parto da
un’idea, da una tematica che mi sollecita l’inizio di una riflessione in
musica.
Credi
che la parola abbia ancora un potere salvifico?
In
quest’epoca così omologante, di povertà linguistica e di superficialità verbale,
è ancor più difficile che in passato. Da parte mia, sicuramente, non ho alcuna
velleità del genere: si salva, innanzitutto, chi desidera la “salvezza”, e la salvezza
la desiderano davvero in pochi. Tuttavia, è vero che nel mio percorso
esistenziale, ascoltare alcune parole dette da persone che stimo profondamente,
o lette sulle tante opere che mi hanno accompagnato negli anni, mi ha fatto vibrare
il petto, ma non perché quelle parole abbiano portato ad una sorta di risveglio,
ma semplicemente perché mi hanno aiutato a verbalizzare meglio ciò che sentivo
nella mia interiorità e a sentirmi meno solo, meno straniero in
questo mondo.
Se
potessi scrivere un nuovo “capitolo” della tua vita in musica, da dove
ripartiresti?
Mi
piacerebbe, semplicemente, continuare ad esplorare in libertà le varie sonorità
e soluzioni armoniche che mi arrivano nel processo creativo. Ci sono già in
cantiere dei nuovi brani da arrangiare. Inoltre, uno dei miei desideri sarebbe
quello di fare, appena se ne presenteranno le condizioni, un brano in
collaborazione con qualche artista che stimo.
